Questo libro RINASCERE DAL GELO  presto sarà disponibile con codice ISBN

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Ci sono inverni che non passano con il calendario.Ci sono geli che non si sciolgono con il sole.Il gelo di cui parlo è fatto di silenzi, di sguardi evitati, di porte chiuse mentre tu cerchi solo di difendere una dignità.All’inizio pensavo che il gelo fosse un nemico.Oggi so che era un insegnamento.Il sindacato, per me, non è stato un ruolo.È stata una vocazione.È stato dire noi quando tutti sentivano solo io.È stato entrare nelle aziende dove la paura è più densa dell’aria, ascoltare confidenzesussurrate dal retro di una macchina, vedere mani screpolate che ti stringono come a dire:
“Grazie perché ci stai provando anche per noi.”Ho vissuto soprusi, tentativi di delegittimazione, cattiverie gratuite.Qualcuno pensava di congelarmi.Qualcuno voleva vedermi stanco, piegato, muto.Eppure, proprio nel gelo, qualcosa in me ha iniziato a muoversi.Il paradosso è questo:più mi colpivano, più mi svegliavo;più mi volevano muto, più trovavo la voce;più tentavano di spegnermi, più mi accendevo.È quella forza misteriosa che ha una logica semplice e potente:ogni cosa contiene il proprio contrario.Il male non è una presenza.È solo l’assenza del bene.Il buio non esiste.È solo mancanza di luce.Il gelo non è morte.È attesa.Più cercavano di schiacciarmi nella cattiveria, più cresceva in me un bisogno feroce digiustizia.Più respiravo freddezza, più si scaldava il mio senso di umanità.Quando mi hanno negato la fiducia, ho scoperto il valore della fede in ciò che sono.Quando hanno tentato di isolarmi, ho visto chi sapeva restare.Quando hanno cercato di umiliarmi, ho imparato cosa significa dignità.Non sono diventato forte nonostante il male.Sono diventato forte grazie al male.Perché il gelo non distrugge i semi.Li custodisce.Li costringe a radicare più in profondità.
Il freddo del lavoro, delle lotte, delle aziende dove il profitto vale più della persona, non èriuscito a congelarmi.Ha fatto l’opposto.Mi ha costretto a scegliere.A chiarire chi sono.A capire che la grandezza non è vincere le battaglie, ma non smettere di combatterle senzadiventare come chi ti fa del male.Gli operai — quelli veri, con le mani segnate e lo spirito ostinato — mi hanno insegnatopiù di qualsiasi libro.Hanno riso con me nelle pause improvvisate, hanno condiviso caffè dal gusto amaro esogni impossibili.Eravamo un corpo unico.Poi, lentamente, l’individualismo ha coperto tutto, come neve che cancella le tracce
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RINASCERE DAL GELO

questo libro/memoriale in realtà è una trilogia di cui:

Rinascere dal gelo  E' una storia vera di persecuzione  sindacale, memoria familiare e di resistenza civile.

La memoria  di ciò che non dovevo diventare. E' un viaggio interiore , un sogno che mette sotto processo la coscienza e il rischio di assomigliare ai propri persecutori.

La Cupola. E' un breve romanzo noir ispirato a fatti reali, dove il potere non colpisce isola, normalizza , archivia

PRESTO SARA' DISPONIBILE IN TUTTE LE LIBRERIE TRAMITE ISBN  E QUANDO LO SARA' VE LO FAREMO SAPERE

 

 

 

I Figli del Gelo e della Speranza

Ho conosciuto il gelo.

Non quello dell’inverno sulle strade, ma quello che si forma nel cuore quando il dolore rimane troppo a lungo dentro di noi. È un gelo che ti isola, che ti rende spettatore della tua stessa vita, che ti convince che cambiare è impossibile.

Per anni ho combattuto contro quel gelo insieme agli adulti: mi sono occupato delle loro battaglie, della loro dignità, di chi aveva perso la voce o il coraggio di usarla. Credevo che la mia missione fosse quella: restare tra coloro che avevano già visto troppo, tra chi portava sulle spalle il peso di un tempo vissuto.

Poi qualcosa si è spezzato dentro di me, come un vetro che non regge più la pressione.

Una domanda semplice, eppure devastante:

Che senso ha curare il presente, se lasciamo marcire il futuro?

Così ho voltato lo sguardo verso i ragazzi.

E lì ho visto un gelo nuovo, più sottile, più pericoloso: nascosto nelle scuole, confuso con normalità, travestito da educazione.

Li ho osservati camminare piegati sotto zaini enormi, come soldati reduci da una guerra che non hanno scelto.

Ho ascoltato genitori raccontare pomeriggi interi passati tra compiti, ansie, pianti e frustrazione.

Ho visto occhi spenti dopo una verifica andata male, dopo l’ennesimo voto che dice a un ragazzo quanto vale, prima ancora che lui possa scoprirlo da solo.

È allora che ho capito:

stiamo rubando l’infanzia.

La scuola dovrebbe essere l’orto dove il talento cresce, non una fabbrica che macina energia.

Dovrebbe offrire strumenti per vivere, non carichi per resistere.

Dovrebbe accendere passioni, non spegnere respiri.

Eppure oggi i ragazzi imparano prima la paura della libertà che il desiderio della conoscenza.

Imparano a sopravvivere, non a essere felici.

Da questa ferita è nato il progetto che mi ha riacceso il cuore:

Z.A.I.N.O — Zero Ansia In Nome dell’Obbligo scolastico.

Non è un movimento contro la scuola, ma un movimento per salvarla da se stessa.

Per ricordarle che educare non significa ferire, misurare, classificare: significa accompagnare un essere umano verso se stesso.

Nel mio cammino ho incontrato un uomo che questa battaglia ce l’ha nel sangue:

Maurizio Parodi, la sua è stata una lotta strenua e infaticabile, capace di attraversare anni di resistenze, indifferenze e semplificazioni violente, senza mai perdere il tono pacato di chi sceglie la parola come strumento e non come arma.

Altro che silenziosa: la sua voce ha saputo raggiungere studenti, famiglie, insegnanti e cittadini, fino a parlare a centinaia di migliaia di persone, dimostrando che anche la fermezza gentile può rompere il muro dell’abitudine e dell’ingiustizia.

Parodi mi ha raccontato di ragazzi che non dormono, di un’ansia resa normale, di una scuola che chiede risultati ma dimentica le relazioni, e di docenti che ogni giorno pagano il prezzo di una scelta precisa: mettere l’essere umano prima del sistema.

Le sue parole non sono state una consolazione, ma una conferma profonda:

questa battaglia è reale, è condivisa, ed è più viva che mai.

Non sono solo.

Non siamo soli.

E mentre l’eredità di Maria Montessori riemerge, mentre Milano apre una scuola pubblica

senza compiti, mentre i giornali iniziano a parlare di un nuovo modello educativo, io vedo il cambiamento prendere forma.

Piccolo, fragile, incerto — ma reale.

In questo percorso ho incontrato un’altra testimonianza luminosa:

Stefano Schintu.

Stefano non parla per teoria, ma per esperienza viva: suo figlio è tornato a casa con gli occhi che brillavano perché l’insegnante di italiano aveva detto alla classe:

“Se lavorate davvero, niente compiti di Natale.”

Non era indulgenza.

Era pedagogia.

Gli stessi ragazzi che con altri docenti sembrano vivere il Vietnam in classe, con

quell’insegnante stanno zitti, rispettano, imparano.

Stessa scuola, stessi problemi, stessa aula, stessi adolescenti complicati:

la sola differenza era la passione.

E allora la domanda brucia come una verità inevitabile:

se alcuni docenti ci riescono, perché gli altri no?

Forse perché è più comodo dare la colpa alla società, ai genitori, ai bambini, alle circostanze, invece di cambiare se stessi.

Forse perché è più facile difendere un metodo che non funziona, piuttosto che ammettere che esiste un modo migliore.

Stefano ci ricorda che una scuola diversa non è un sogno astratto:

esiste già, ovunque un insegnante scelga la passione.

E mentre ascoltavo la sua storia, dentro di me qualcosa è diventato chiaro: il problema non sono i ragazzi.

Il problema siamo noi adulti.

Stiamo costruendo generazioni che tremano davanti alla parola “compiti”.

Generazioni abituate al voto come giudizio, non come misura del percorso.

Generazioni che associano lo studio alla fatica e non alla meraviglia.

Questo non è progresso.

È follia culturale.

E allora io dico basta.

Basta alle ore di studio che divorano l’infanzia.

Basta ai voti come marchi sulla pelle.

Basta ai compiti come punizione.

Basta alla scuola che parla di futuro ma spezza quello dei suoi alunni.

Voglio una scuola che insegni a respirare.

Che insegni l’empatia.

Che educhi al pensiero critico, non alla prestazione.

Che mostri come essere umani, non solo competenti.

Perché il mondo che ci attende non avrà bisogno di studenti perfetti:

avrà bisogno di persone intere.

 Quando guardo questi ragazzi vedo esattamente questo:i figli del gelo e della speranza.

Vivono in un’epoca gelida, ma portano negli occhi il fuoco che illuminerà domani.

Sono fragili, ma non rotti.

Sono stanchi, ma non vinti.

Sono soli, ma non smettono di immaginare.

Ed è a loro che voglio consegnare l’eredità più grande:

un mondo dove si possono sbagliare i compiti senza sbagliare se stessi.

Perché rinascere dal gelo non è solo una frase poetica:

è ciò che siamo chiamati a fare insieme.

Io ho dedicato la mia vita agli adulti, ma ora so che la mia missione era incompleta:

dovevo arrivare qui, a difendere chi non ha ancora voce.

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